Gugù di Alberto Manzi, il murales

gugù
Il vecchio, raggiunto il muro, si tolse dalle spalle il grosso zaino, gettò in terra l’enorme bisaccia della colazione, tirò fuori dallo zaino dei barattoli di vernice, un pennello, un pezzo di carbone. Il cane si sdraiò sullo zaino ornai vuoto mentre l’uomo cominciò a tracciare, con il carbone, dei segni sul muro.


Bambini e ragazzi, a circa tre passi di distanza, a guardare: bocca aperta, occhi spalancati.
Le figure prendevano forma: uomini, donne, bambini. Tanti bambini che giocavano, saltavano, correvano, sdraiati sull’erba, arrampicati su alberi nani. Poi una grossa linea gialla e due enormi pennellate di azzurro. Il mare. Una luce dorata in fondo, un mare che sembrava vero, eppure erano solo due colpi di pennello.
Gugù si fermò, dette un’occhiata al disegno, poi sedette in terra.
– Gugù, prosegui, dai, prosegui, finisci!
– Facci una balena, e i pesci… — gridarono alcuni tra i più grandicelli.
Il vecchio si alzò, accennò, con il carboncino, alla figura di una balena e schizzò cinque, sei pesci.
– Colora, colora! – urlarono contenti.
Fece cenno di no.
– Dai, colora Gugù, colora!
Prese il pennello, lo intinse nel barattolo del giallo e si avvicinò ad uno dei piccoli.
– Fallo tu! – disse.
Il bimbo arretrò di un passo.
– Colora tu! – ripete il vecchio.
Il piccolo prese il pennello.
– Non so colorare – mormorò.
– Ma sì che sai colorare. Colora il pesce.
Quel quattro soldi di ometto avanzò titubante, tenendo il pennello dritto, davanti a sé, come una spada. Arrivato vicino al muro si voltò verso Gugù. Vide che sorrideva. Allora accarezzò il muro con il pennello. Una tenue striscia gialla illuminò la sagoma del pesce.
– Bravo! – esclamò il vecchio battendo le mani.
Il piccolo sorrise e diede un altro colpo di pennello, questa volta più deciso. Il pesce ora sembrava d’oro. Ma un oro che colava dall’alto verso il basso.
– Lo vedi che non ci riesco? – disse il bimbo abbandonando il pennello.
Il vecchio non rispose. Prese un altro pennello, l’intinse nel rosso e con due colpi diede colore ad un altro pesce. Lunghe colature scesero zigzagando secondo le crepe del muro, fino al marciapiede. Il vecchio borbottò arrabbiato e tentò di cancellarle con la mano, impiastricciando ancor più il muro.
Rise il piccolo.
Risero tutti.
E allora il bimbo infilò il pennello nel barattolo e coprì un pezzo di mare. Un mare d’oro che mandava raggi fin sul marciapiede.
Venne un altro, prese un pennello e:
– Gugù, dipingo la balena, va bene?
Il vecchio sorrise.
Ora erano una decina attorno al disegno.
I pennelli non bastavano. E le richieste erano sempre più numerose.
Il vecchio allora intinse un dito nel barattolo e col dito colorò una piccola alga.
E dita, e pennelli; e colori intrisi, mescolati; e risa, e scherzi… Ora il prato, il mare, le donne, gli uomini, gli alberi, gli uccelli… ogni cosa prese vita. Il grigio cemento si andava illuminando. Gran parte della parete era ora un pezzo di arcobaleno vivente. E arlecchini gíoiosi erano tutti i bimbi, vecchio compreso.
Il tempo volava. Due volte la pattuglia di polizia fermò la possente auto, guardò, poi scrollando negativamente la testa, riprese il suo giro. Ma nemmeno una volta i ragazzi si accorsero dei poliziotti.
Poi Gugù smise di cantare. Si voltarono tutti a guardarlo. Il vecchio si puli le mani sui calzoni che da blu diventarono striati di diversi colori. L’uomo si guardò i pantaloni, li scosse come per far andare via il colore, si guardò le mani, fece il broncio, poi cercò, bagnando le dita con la saliva, di cancellare le striate di colore.
Niente. Il colore rimaneva e lui, perplesso, si girava, si contorceva. E tali erano le sue smorfie, i suoi contorcimenti, che i ragazzi non ne poterono più ed esplosero in una grassa risata. Il vecchio li guardò, guardò le sue mani, i pantaloni, e scoppiò a ridere anche lui.
Sempre ridendo Gugù afferrò la grossa bisaccia della colazione e… il sorriso scomparve dalla faccia dei ragazzi. Il vecchio prese una mela, la strofinò sul tovagliolo, la fece a spicchi e finse di portarne uno alla bocca.
Occhi tristi, bocche semiaperte.
Gugù si alzò di scarto e di corsa andò ad infilare uno spicchio di mela in bocca al primo che gli capitò davanti. E un secondo spicchio nella bocca di un altro, e un terzo, un quarto. Si formò una specie di grande cerchio dove bocche aperte venivano chiuse da un pezzo di mela o di pane o di banana o di formaggio. E quando la bisaccia fu vuota, solo Gugù e il cane non avevano mandato giù un boccone. Il vecchio guardò nella bisaccia, frugò, frugò seguito dallo sguardo attento di tutti i ragazzi e alla fine tirò fuori un fiore. Un bel fiore di campo, che aveva resistito imperterrito a tutti quegli strapazzamenti. Lo osservò, lo odorò, vi depose delicatamente sopra un bacio, poi si avvicinò ad una bimbetta che poteva avere si e no quattro, cinque anni e glielo offrì.
Nessuno rise.
La bimbetta, rossa rossa in viso, prese il fiore, se lo nascose nella maglietta sdrucita, poi si accostò al vecchio e lo tirò per i calzoni. Gugù si abbassò e lei gli restitui il bacio, gli prese la mano e si incamminò con lui.

estratto da Gugù di Alberto Manzi (edizioni Gorée, 2005)

Contributo proposto da Bruno Staroccia Conti

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