Venerdì Positivi 2016 – 2, il cibo

Secondo incontro del ciclo di seminari Venerdì Positivi stagione 2016-17 – 14 ottobre 2016 ore 18:00

IL CIBO … contenitore delle nostre emozioni

“La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro al tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro, si sveglia”.  C.G.Jung

alberto-sordi-495x364 Il cibo non è soltanto uno strumento attraverso il quale soddisfare il bisogno primario della fame, ma anche un mezzo che ci permette di entrare in relazione con gli altri e di esprimere i nostri sentimenti più intimi e incontrollabili. Alimentarsi infatti è una pratica che contiene aspetti sociali, di condivisione, psicologici e di autoregolazione. Di fatto, il cibo è presente in moltissimi ambiti della nostra vita, organizziamo eventi in cui è presente il cibo in contesti lavorativi ed in contesti familiari, usiamo il cibo nelle feste comandate, nelle celebrazioni nuziali ed in quelle funebri ed assume significati di condivisione, di affiliazione e di socializzazione. Oltre all’aspetto sociale dell’alimentazione, un aspetto importante dell’assunzione di cibo è certamente l’aspetto psicologico.

Il rapporto con il cibo si intreccia fin dalla nascita con le esperienze affettive legate ai primi rapporti significativi, se si pensa all’allattamento, allo svezzamento e a tutti i vissuti emotivi che condizionano queste esperienze. I pasti sono un punto di riferimento importante, scandiscono i ritmi della nostra giornata e ogni evento importante della nostra vita sembra essere accompagnato da banchetti alimentari attraverso cui socializziamo e festeggiamo.

Diverse ricerche hanno evidenziato lo stretto rapporto tra il cibo e la vita affettiva e quanto questo possa servire a “gestire” le emozioni (Simonelli C. et al., 2012, Macht, 2008; Laitinien, Sovio, 2002; Markey et al., 2001; Telch & Agras, 1996). Attraverso il rapporto con il cibo, infatti, si può esprime un bisogno d’amore; oppure il cibo può diventa un anestetico con cui si cerca di eliminare la sofferenza o l’insoddisfazione, una scorciatoia con cui si tenta di riempire quel vuoto che per qualche ragione si è creato dentro di noi. Quando questi meccanismi diventano ricorrenti ed automatici si scivola nella patologia alimentare.

Anche Proust in un episodio di “Alla ricerca del tempo perduto” fa riferimento a uno stretto rapporto fra cibo ed emozioni, attraverso il concetto di memoria involontaria: il protagonista gustando del thè, prova una gioia immensa ed indescrivibile… il sapore e il gusto sono capaci di fargli rivivere i piacevoli tempi passati. E così da una semplice tazza di thè fuoriescono luoghi, persone, colori ed emozioni che la sola memoria razionale non sarebbe stata capace di rievocare. Oppure come Nanni Moretti che in “Bianca” affoga le proprie preoccupazioni in un gigantesco barattolo di cioccolata. nannibiancanutella-696x500

Tanti sono gli esempi che potremmo fare per indicare come un cibo evochi un’emozione o al contrario un’emozione provochi la ricerca di un cibo come rimedio o contenitore a questa …Divorare qualcosa sembra, a volte, l’unica reazione ad una frustrazione. Tutto questo aiuta a capire come l’assunzione di cibo rivesta un significato piuttosto complesso che va ben oltre il meccanismo puramente fisiologico ma che non può comunque prescindere da questo. Troppo spesso infatti nella vita quotidiana può capitare di provare emozioni negative come noia, solitudine, rabbia, tristezza o ansia e di utilizzare il cibo per gestire queste emozioni negative, condotte che seppur a breve termine producono sensazioni di benessere, favoriscono in un secondo momento l’insorgere di emozioni dolorose come vergogna, colpa, rabbia o tristezza. Queste emozioni a loro volta possono di nuovo facilitare l’assunzione di comportamenti alimentari disregolati.  Si crea così un vero e proprio circolo vizioso che contribuisce ad un peggioramento dell’umore, diminuisce l’autostima, abbassa la qualità della vita e, soprattutto, determina un notevole aumento di peso. L’alimentazione perde la sua primaria funzione di sopravvivenza per diventare quindi uno strumento di regolazione delle emozioni.  Il cibo ingerito non per soddisfare il naturale bisogno di fame, ma per placare un bisogno frustrato, un’emozione repressa innesca un meccanismo automatico, per cui ogni volta che sento quel senso di tristezza corro a procurami del cibo, perché se mangio la tristezza sfuma, si alleggerisce.

Altre volte, però, potrei usare lo stesso stratagemma anche per non parlare e non dire ciò che penso, per non piangere, per non urlare dalla gioia…; ognuno trova o può trovare il proprio modo di usare il cibo per non sentire o non sperimentare le proprie emozioni. Emozioni che seguono un percorso certo: mi sento depressa, non ho forza… mangio qualcosa che mi tiri su come cioccolata, pasta, pane, pizza così non mi sento più tanto depressa. Quel tipo di cibo introdotto in noi per non sentire tristezza o rabbia o per compensare un bisogno frustrato produce un innalzamento dell’umore temporaneo, ma invece di affrontare i motivi per i quali mi sento un po’ giù o arrabbiata, mangio e provo a non pensarci.

E’necessario iniziare a indagare quali sono le emozioni e i pensieri che ci lasciano da soli davanti al cibo. Un po’ come un piccolo viaggio da iniziare in compagnie di noi stesse per fare amicizia con ciò che, racchiuso in fondo al nostro essere, ci dirige negandoci la libertà di scelta. Per fare ciò bisogna però riempire la valigia di tanta buona volontà. È innegabile che a volte si è presi da “un’irrefrenabile voglia di…cioccolata, crema, pane, pizza”, ma non sempre è un bene. Spesso il cibo è una scappatoia per non scegliere la strada migliore per sé. E’ utile impegnarsi per scoprire quando sentiamo il bisogno di mangiare e differenziarlo dal bisogno di parlare o agire.  Per fare tutto questo è necessario contattare il nostro vuoto fertile; quel vuoto va guardato e va affrontato perché ci conduce verso la nostra realizzazione. Stare nel proprio vuoto fertile significa contattare gli strati più profondi della nostra esistenza, esercitarsi ad ascoltare i propri pensieri, il proprio respiro. Molti autori parlano di “vuoto fertile” o “creativo” perché per far nascere qualcosa c’è bisogno di spazio, di vuoto. Il Vuoto, infatti, può essere anche un luogo fertile, nel quale può nascere qualcosa di estremamente utile per la nostra crescita e, quindi, per la nostra vita.

I momenti vuoti sono importanti per tutti noi: sono quelli che ci permettono di entrare in contatto con noi stessi, di comprendere cosa stiamo facendo, dove vogliamo andare, se quello che siamo e che facciamo ci soddisfa; ci consentono di ascoltare e conoscere il nostro corpo, prendere contatto con le proprie emozioni, con i propri bisogni e convinzioni limitanti che non ci permettono di essere felici ed in armonia con noi stessi.

Facendo un passo indietro dobbiamo ricordare che la fame corrisponde a un bisogno fondamentale dell’organismo ed è propria di ogni essere vivente. È  NECESSARIO IMPARARE a riconoscerla come bisogno di nutrimento e non come un mezzo per sedare le emozioni. E’ importante imparare ad auto-ascoltarsi per rispettare i propri bisogni autentici e poterli affermare e soddisfare senza dover ricorrere al cibo per non parlare. Esplorare il nostro mondo interiore è un vero e proprio allenamento che va eseguito in maniera costante e amorevole ed è l’elemento fondamentale per perseguire il proprio benessere psico-fisico. Per imparare a gustare realmente ciò che mangiamo senza “mangiare le nostre emozioni” è indispensabile provare a fermarsi un attimo, prima di cedere ciecamente a quello che ci sembra l’irresistibile impulso della “fame” e riflettere se quello che stiamo per introdurre è un buon “ingrediente” o piuttosto una violenza per il nostro corpo e, in ultimo ma non per importanza, se il “nutrimento” di cui in quel momento sentiamo il bisogno non sia da ricercare piuttosto altrove.

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